l’intervista

Segrè: «Troppo cibo finisce nel cestino, forte impatto sull’ambiente. Così lo “sprecometro” ci può aiutare»

Il professore: «Il fenomeno è in aumento ma abbiamo lanciato una “sfida” per raggiungere l'obiettivo di dimezzare gli sprechi entro il 2030. In agricoltura la ricerca sta facendo molto per produrre più cibo di alta qualità, riducendo l’impatto ambientale»


di Carlo Bridi


TRENTO. Il professor Andrea Segrè, noto a livello internazionale per gli studi e le applicazioni per contrastare lo spreco alimentare e promuovere modelli di produzione e consumo sostenibili, già preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna e presidente della Fondazione Mach per 5 anni, presenta oggi il suo ultimo saggio “La spesa nel carrello degli altri. L'Italia e l’impoverimento alimentare” (Dipartimento di Sociologia, Aula Kessler, ore 18) scritto a quattro mani con la prof.ssa Ilaria Pertot docente del Centro Agricoltura Ambiente Alimentazione dell’Università di Trento con una prefazione, molto intensa, del cardinale Matteo M. Zuppi, presidente della CEI.

Con il professore di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile, attuale Consigliere speciale del Sindaco di Bologna per le politiche alimentari urbane e metropolitane nonché neo presidente del Comitato Emilia-Romagna della Fondazione per la Ricerca sul Cancro (AIRC), abbiamo fatto un’intervista a tutto tondo.

Prof. Segrè, innanzitutto in che direzione sta andando questo nostro mondo occidentale, in mezzo a tante contraddizioni: i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, mentre lo spreco alimentare contro il quale lei è un grande alfiere, ha ripreso ad aumentare?

Osservando il quadro geo-politico globale con la lente dello sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, il tempo che stiamo vivendo è molto critico. Le guerre in corso, non solo quelle di cui si parla nei giornali; i cambiamenti climatici con eventi estremi sempre più estremi; i flussi migratori incontrollati; le ripetute crisi economico-finanziarie non fanno che aumentare gli squilibri e le disuguaglianze che già caratterizzano la nostra epoca. A partire dal cibo: alimentarsi bene è, anzi sarebbe, un diritto umano universale, riconosciuto dalla stessa Dichiarazione universale dei diritti umani. Eppure quasi un miliardo di persone vive in condizioni di insicurezza alimentare mentre un terzo della produzione agricola globale si spreca con un pesante impatto economico, ambientale e sociale. Il fatto che lo spreco alimentare sia aumentato, come abbiamo rilevato anche in Italia, fa capire che come ci stiamo allontanando dagli Obiettivi dell'Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile. Per questo lo scorso 5 febbraio, Giornata nazionale per la prevenzione dello spreco alimentare, abbiamo lanciato una “sfida” per raggiungere almeno l'obiettivo di dimezzare lo spreco entro il 2030. E’ ancora possibile, e sarebbe un bel segnale se effettivamente riuscissimo a farlo.

Un tema a lei molto caro che sta indagando da oltre 20 anni, è quello degli sprechi alimentari con molte sorprese anche nelle ultime ricerche condotte dall'Osservatorio Waste Watcher e contenute nell’ultimo libro. Un saggio che è considerato come una bussola, per non cadere nelle fake news e nei luoghi comuni. Quali sono i dati più significativi emersi dall’ultima indagine? Davvero, come è stato detto, i poveri mangiano meglio dei ricchi?

L’ultima indagine sullo spreco alimentare in Italia rivela dati sorprendenti: ogni settimana buttiamo in media 617,9 grammi di cibo ancora buono, con frutta, pane, insalate e verdure tra i prodotti più sprecati. Paradossalmente però, lo spreco è più elevato nei ceti popolari (+26% rispetto alla media nazionale), spesso a causa di acquisti eccessivi di prodotti di bassa qualità e offerte speciali ingannevoli. Inoltre, il cosiddetto spreco alimentare “metabolico” ovvero l'eccesso di calorie “cattive”, dimostra che consumiamo più cibo del necessario, spesso di scarsa qualità nutrizionale. Quindi non solo i poveri mangiano male, ma anche sprecano di più e si ammalano prima. Ma, come emerge dalla nostra ricerca, questo è vero anche per una buona parte dei “ricchi”. Non a caso il sottotitolo è: “'Italia e l'impoverimento alimentare”. Insomma non è del tutto vero che nel Belpaese si mangia così bene.

Allora la domanda sorge spontanea: come si può invertire questa tendenza che mette in discussione anche la dieta mediterranea di cui tanto si parla?

Appunto, se ne parla (tanto) ma si pratica poco. Anzi, pochissimo: solo il 5% degli italiani la segue, secondo gli studi ufficiali più recenti. Per invertire questa tendenza, serve tanta educazione alimentare nelle scuole, maggiore consapevolezza da parte dei consumatori sul valore del cibo a partire da chi lo produce (gli agricoltori), migliori strategie di acquisto e una diversa organizzazione nella gestione degli alimenti, soprattutto quelli più deperibili. Per questo lo spin off dell'Università di Bologna, Last Minute Market, che ho fondato tanti anni fa ha sviluppato un'applicazione gratuita - lo Sprecometro - che aiuta i consumatori non solo a valutare l'impatto economico e ambientale di ogni grammo di alimento sprecato ma anche a sapere come fare per ridurre lo spreco: dalla lettura corretta delle scadenze, alla programmazione dei consumi famigliare fino alle più varie ricette con il cibo eventualmente avanzato. Un vero e proprio corso di educazione alimentare, ambientale e alla sostenibilità. Provare per credere.

Qual è l’impatto degli sprechi alimentari sull’impazzimento del clima?

L’impatto sull'ambiente e quindi sui cambiamenti climatici è molto alto. Il cibo sprecato a livello globale contribuisce all’8-10% delle emissioni globali di gas serra, tenendo conto che la produzione alimentare sprecata occupa quasi il 30% della superficie agricola mondiale per un valore di oltre un trilione di dollari. Sono numeri talmente grandi che si fa fatica a percepirli.

Ha qualche dato a livello nazionale?

Sì, la dimensione nazionale fa capire meglio l'impatto. L'Osservatorio Waste Watcher International ha calcolato a quanti ettari di superficie agricola corrisponde lo spreco alimentare domestico in Italia: 617,9 g pro-capite a settimana (dato rilevato nel gennaio 2025), più di 30 kg a testa ogni anno. Per produrre alimenti che finiscono nella spazzatura delle nostre case come rifiuto alimentare sono serviti 1,793 milioni di ettari di superficie agricola coltivata, che corrisponde alla Superficie Agricola Utilizzata totale del Piemonte (847.627) Trentino-Alto Adige (313.923) Campania (551.932) Valle d’Aosta (68.703) (= 1,782) messi insieme. O, per uscire dall'Italia, è come se quasi l'intera area agricola del Belgio (1,356) e della Slovenia (0,477) assieme producesse alimenti destinati a non essere mai consumati.

L’impronta idrica del solo spreco alimentare domestico in Italia incide per 151,469 miliardi di litri d’acqua, una rappresentazione in bottiglie d’acqua da mezzo litro – proprio come proposto nell’app Sprecometro – metterebbe in fila ben 302,938 miliardi di bottiglie, che equivalgono a oltre 4 volte il giro del nostro pianeta.

Sullo specifico tema di un’agricoltura sostenibile lei ha dato molti input alla Fondazione Mach dove è stato presidente per 5 anni: a che punto siamo come ricerca e sperimentazione per supportare un’agricoltura sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale?

L’agricoltura di oggi è al centro di una sfida epocale e la ricerca sta facendo molto per produrre più cibo di alta qualità, riducendo l’impatto ambientale, ma garantendo redditività adeguata agli agricoltori. Negli ultimi anni ci si è concentrati soprattutto nel trovare soluzioni alternative ai fertilizzanti e ai prodotti fitosanitari di sintesi chimica, nella gestione dell’acqua e nell’adattamento al cambiamento climatico. Tuttavia, su alcuni fronti siamo purtroppo in forte ritardo, in particolare nella riduzione del consumo di suolo e perdita di fertilità e nella tutela della biodiversità, aspetti che sono cruciali per garantire un’agricoltura sostenibile nel lungo periodo. La biodiversità non è un vezzo degli ambientalisti, ma è fondamentale per la produzione agricola. È ormai dimostrato che la sua riduzione aumenta il rischio di pullulazioni di parassiti, la perdita di impollinatori con conseguente calo delle rese, diminuzione della fertilità del suolo e del contenuto di sostanza organica e maggiore vulnerabilità delle monocolture agli eventi estremi, purtroppo sempre più frequenti con il cambiamento climatico.









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